Qualche giorno fa stavo scorrendo Instagram e mi sono imbattuto in una cosa strana.
Qualcuno aveva ripescato le vecchie foto del profilo di Marracash. Roba di tanti anni fa.
E mi sono fermato a guardarle.
Selfie spontanei. Sfocati. Luce sbagliata. Niente filtri. Niente preset. Niente color correction.
Foto in macchina. Foto con gli amici. Foto a caso, di momenti a caso, senza un motivo particolare.
Vere.
Erano semplicemente momenti di vita condivisi. "Guarda, sono qui, sto facendo questa cosa, ci vediamo."
Fine.
Poi ho chiuso quelle foto e sono tornato sul feed di oggi.
Oggi Instagram non è più così.
Oggi ogni foto è studiata. Ogni angolazione è calcolata. Ogni caption è ottimizzata.
La luce giusta. Il preset giusto. Il momento giusto. L'outfit giusto. La location giusta.
Tutto perfetto. Tutto costruito. Tutto finto.
Non usiamo più i social per far vedere chi siamo.
Li usiamo per far vedere chi vogliamo che gli altri pensino che siamo.
Una maschera. Una vetrina. Una versione patinata di noi stessi che non esiste nella realtà.
E non parlo solo degli influencer.
Parlo di tutti noi, che scegliamo quale vita mostrare e quale nascondere.
Siamo diventati tutti direttori creativi della nostra immagine pubblica.
E nel frattempo abbiamo perso la cosa che rendeva i social interessanti all'inizio: la verità.
La cosa che mi chiedo è: quanto può durare?
Perché io lo sento. E credo che lo senta anche tu.
Una stanchezza.
Una nausea sottile ogni volta che apri Instagram e vedi l'ennesimo reel motivazionale, l’ennesima foto ritoccata, l’ennesima maschera indossata.
Lo vedo dai commenti. Lo vedo dalle reazioni. Lo vedo da come le persone iniziano a cercare qualcos'altro.
Qualcosa di vero.
Secondo me i social possono prendere solo due strade.
La prima: invertire la tendenza. Tornare all'autenticità. Premiare chi mostra la vita vera, non quella finta. Favorire la connessione invece della performance.
La seconda: andare ancora più in là. Diventare completamente vetrine. Cataloghi di vite finte. Pubblicità travestite da contenuti. Un teatro dove tutti recitano e nessuno vive.
Mentre scrivevo mi è venuto in mente un film, un piccolo cult.
Demolition Man. 1993. Stallone e Wesley Snipes.
C'è una scena che non mi sono mai tolto dalla testa.
Stallone si sveglia dopo decenni di crioprigione. È in macchina con un poliziotto del futuro. In radio suonano solo jingle pubblicitari. Uno dopo l'altro. Senza sosta.
E il poliziotto fa: "Adoro questa radio. Solo pubblicità, 24 ore su 24, senza interruzioni."
Nel 1993 era una battuta. Una visione distopica e assurda del futuro.
Oggi stiamo davvero andando lì.
Non ho una soluzione.
Non ti sto dicendo "cancella Instagram" o "torna ai piccioni viaggiatori".
Sto solo osservando.
E quello che osservo è che abbiamo preso uno strumento che doveva connetterci e l'abbiamo trasformato in un palcoscenico.
Forse sono nostalgico.
Forse idealizzo un passato che non era poi così bello, capita spesso.
Ma quando guardo quelle vecchie foto di Marracash, sfocate, spontanee, vere, mi viene da pensare che abbiamo perso qualcosa per strada.
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