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Lavorare 14 Ore al Giorno Non Serve a Niente | La Verità sulla Produttività

Uncategorized Feb 01, 2026

Se il duro lavoro portasse al successo, l'asino sarebbe padrone della fattoria.

 

Hai mai sentito questo proverbio?

 

A me fa molto pensare.

 

Ogni tanto mi capita di ricevere email inviate alle 11 di sera, a volte anche di domenica.

 

E ogni volta mi fermo un secondo a chiedermi: questa persona è davvero così impegnata, oppure vuole farmi vedere che lavora?

 

Non lo dico con giudizio, lo dico perché ci sono passato.

 

Per tanti anni ho fatto il dipendente, il mio orario era fisso 9-18, dal lunedì al venerdì, eppure mi portavo il lavoro a casa.

 

Mi dicevo che “mi portavo avanti”, che mi facevo vedere preparato e robe così.

 

Era una specie di performance, un modo per dimostrare — a me stesso prima che agli altri — che stavo dando tutto.

 

Il problema è che "dare tutto" poi diventa l'aspettativa di default. Non un'eccezione per i momenti critici, ma la normalità. 

 

Se il duro lavoro portasse al successo, l'asino sarebbe padrone della fattoria.

 

È una di quelle frasi che ti fa ridere per un secondo e poi ti lascia un retrogusto amaro, perché sai che c'è qualcosa di vero.

 

L'asino lavora più di tutti.

 

Si sveglia prima, va a dormire dopo, porta pesi che altri non porterebbero.

 

E alla fine della giornata non è lui a decidere niente.

 

È ancora lì, a tirare il carro, mentre qualcun altro stabilisce dove andare.

 

Non sto dicendo che lavorare duro sia sbagliato. 

 

Sto dicendo che lavorare duro non è una strategia, è solo una componente.

 

E se diventa l'unica componente, sei nei guai.

 

La cosa assurda è che abbiamo costruito un'intera cultura attorno all'idea che le ore lavorate siano una misura del valore. 

 

Tanto che se ci pensi i primi parametri per misurare il compenso è la tariffa oraria.

 

Se lavori tanto sei serio, sei dedito, sei uno che ci tiene.

 

Se lavori poco — anche se produci gli stessi risultati — sei sospetto.

 

Però così non è più questione di produttività, è teatro. 

 

È una recita collettiva dove tutti fingono di lavorare tantissimo perché hanno paura di essere gli unici a non farlo.

 

Ho conosciuto imprenditori che lavorano 14 ore al giorno e non riescono a pagare i fornitori.

 

E ho conosciuto imprenditori che lavorano 6 ore al giorno e hanno business che girano da soli.

 

La differenza non è quanto lavorano. 

 

È cosa fanno in quelle ore e soprattutto cosa hanno costruito perché certe cose funzionino senza di loro.

 

Lavorare tanto è facile, in un certo senso.

 

Ti tiene occupato, ti dà la sensazione di fare qualcosa, ti permette di non pensare troppo.

 

Lavorare bene è più difficile perché richiede scelte, richiede dire no, richiede accettare che alcune cose non le farai tu.

 

Spesso la differenza, per lavorare bene, la fa quello che togli, non quello che aggiungi.

 

Meno cose, ma che hanno più impatto.

 

Chi risponde alle email alle 11 di sera forse ha troppo lavoro. Forse non sa delegare. Forse ha paura che se non risponde subito qualcuno penserà male di lui. 

 

O forse — e questa è la cosa più triste — non ha altro nella sua vita, e il lavoro riempie un vuoto che altrimenti non saprebbe come riempire.

 

Non lo so. Non giudico. 

 

Dico solo che quando vedo quelle email notturne non penso "wow, che stakanovista". Penso "spero che stia bene".

 

Allora ti lascio con una domanda, che ogni tanto mi faccio, e forse dovresti fartela anche tu: se domani lavorassi la metà delle ore, cosa cambierebbe davvero?

 

La risposta, nella mia esperienza, è spesso scomoda.

 

Perché ti rendi conto che un sacco di cose che fai non servono a niente, o servono solo a farti sentire impegnato.

 

L'asino lavora più di tutti e non decide niente.

 

Il padrone della fattoria, invece, lavora meno ma decide tutto.

 

Allora chiediti: meglio fare di più o pensare di più?

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Testimonianze:

Luca Mazzucchelli: psicologo, imprenditore, divulgatore

 

Davide Marciano: imprenditore, founder di AffariMiei.biz

 
Daniele Monterosi, attore

 
Romeo Lippi: psicologo, psicoterapeuta

 
Giuseppe Gatti, investitore immobiliare

 
Marco Carrara: imprenditore, formatore

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